DESTINAZIONE COLONIA 2
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Caro Mario, Meno male che viaggio con l'aria condizionata accesa, solo così il primo tratto di strada percorso da Genova per Colonia è stato meno soffocante. Ora mi trovo fermo in autogrill. Sai tante piccole soste. Ri-muovere, staccare le mie articolazioni dal volante e il deretano dal sedile di guida ti danno sollievo. L'aria di montagna non ti rinfresca solo il corpo ma anche la mente. Io ho due memorie, quella piena da scaricare della Photosmart, che mi porto sempre appresso, che ti nega l'ingresso di altre immagini, e quella del mio cervello che scannerizza quando viaggio, migliaia d'immagini possibili e immaginabili tutte da mixare. Una fermata all'autogrill per un caffè prima di ripartire ti da la carica. Al bar mi capita di conoscere una persona, Giuseppe, per la sua privacy, che, se non oso tanto, caro Mario, voglio descrivertela. Niente di speciale s'intende. Una persona, normale, in viaggio, come se ne incontrano tante. Mi ha chiesto per cortesia di offrigli un caffè, cosa che ho fatto volentieri, e, dopo sfacciatamente, con un tono bonario e convincente, anche un passaggio in macchina. Sappiamo bene entrambi, caro Mario, come ci si comporta. I casi sono due, no? O neghi subito fregandotene, oppure, ti metti nei suoi panni e accetti. Mi sono chiesto: d'altronde, se voleva viaggiare..., o faceva così o significava per lui, aspettare altre ore prima di altri approcci. Siamo partiti intorno alle ore 20 e 15. Vuoi sentire, dove era diretto questo signore? In Germania! Ricordo, la prima volta che l'ho visto, indossava una bella giacca chiara e leggera, con una camicia a righine blu, un jeans e scarpe sportive. Aveva un portamento normale, capelli e occhi castani, altezza media, magro e senza un accento particolare. Insomma tutto normale, a proposito di normalità. Col senno di poi, a essere sincero, qualcosa di anormale c‘era, vista la grande valigia squadrata che si era portato appresso caricandola nel portabagagli. Qual è stata per me la sorpresa più grande? Durante il viaggio, quando Giuseppe ha saputo che venivo da Olbia. Esclamò: seu sardu e, dopu mera andai e mera torrai, traballu app'agattau. Ceeeeeeee! Ho incontrato un emigrante sardo! Non c'è voluto molto perché poi mi raccontasse la sua storia. Giù per valli e su per valichi, caro Mario, chilometri su chilometri di manto stradale e solo il suo raccontare puntuale, schietto, profondamente struggente, alleviava la mia stanchezza. Si è accorto di questo, e si è offerto pure di guidare al mio posto, confessandomi poi che non aveva mai avuto la patente di guida. Non era sposato, anzi lo era, poi mi confessò andato male, le solite incomprensioni. Niente figli, due fratelli in Sardegna (zona de ‘is Maurreddusu), tutti a suo carico, uno con handicap disabilitante sfociato all'improvviso mentre era in Germania e che non sapeva quale fosse la causa (sa solo che ha spedito tanti di quei soldi per le medicine), l'altro grande lavoratore sfaccendato, a suo dire accudiva a tempo pieno il fratello malato. Insomma una famiglia di mer...! Intercalava spesso nel suo racconto. Meno male che per tirarsi su il morale, ripeteva: ho una missione da compiere; ho fatto una promessa ai miei genitori ormai scomparsi da qualche tempo. Trovare un lavoro per mantenere la famiglia, ma il lavoro l'ho trovato in Germania. E qui, se non fosse per i miei fratelli, non tornerei più in Sardegna. Per me, la nostalgia della propria terra non esiste. Vedi Antonino, in Germania il lavoro si trova. Lavoro, lavoro, guadagno bene, e poi? Devo tornare, periodicamente, in Sardegna, a dar da mangiare a questi due fratelli che mi aspettano come due uccellini affamati, ed io li devo sfamare. Spero che un giorno questi uccellini imparino a volare da soli. Per questo motivo, Giuseppe, era costretto ogni volta a fare autostop per risparmiare il più possibile. Tutti questi risparmi li spediva ai fratelli. Ogni volta che gli chiedevo quale fosse il lavoro cambiava argomento. Perché non me lo vuol dire? Quale segreto mi nasconde?
F.to Antonino Pietro Spolveri |


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