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Archivio 16 Ottobre 2005

La coscienza di zero

16 Ottobre 2005 Commenti chiusi

Cerco La coscienza di Zeno in aeroporto. Ma alla libreria non si trova. Mi serve la citazione precisa per questo ultimatum. Parto per Alghero, un incontro di filosofi intorno all’abitare. Disabitare lo spazio, disabitare l’ovunque, insieme monadi e nomadi: mi muovo su questo filo. (Arriverò alle due, riparto domani mattina prima dell’alba; non so ancora che alle tre di notte sul lungomare starò ancora zufolando mediocre myfavouritenightintunisia duettando con un bravissimo sax). Non trovo neanche white jacket di Melville, il che è già più normale. (Era per la nave/mondo, già astronave in effetti: mi accontenterò di kubrick; spero patetico che in questo inesausto ruminare fumoso o fumante – verrà un giorno proibito come il fumo? – sia compreso il minare, un lavorio lento di sgretolamento di quel che ci vuol costituire in ordine senza dircelo, o di resistenza a esso fino a che non sia costretto a un manifestarsi. Oh, domenica le prime grandi primarie italiane; scriverò un «ultimario»). Una signora si spoglia a strati, dolcemente costretta via via che ripassa tintinnando sotto il metal detector (sarà un robot?). Si farà in tempo a trovare non dico l’antidoto, ma un reagente automatico che segnali con sirena il passaggio da quei varchi del prossimo virus aviario (ci è già stato detto che arriverà, presto o tardi comunque puntuale)?(«La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà della mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!»). Stupefatto, cenando a Alghero mi rendo conto ancora una volta e infine senza stupore che nessuno ha visto (tra «loro» di «noi») il film capitale dell’abitare possibile in questo millennio, della memoria geopolitica in quanto rimpianto e utopia senza presente e senza territorio, The Village. E la «possibilità di un’isola» houellebecquiana, impassibile cronaca sadiana della catastrofe che è in sé il credere o sentir d’essere, e ulteriore dimostrazione che si può tornare solo dove non si è mai stati? Ossessionato dal costante raccontarsi kafkiano del non poter abitare il continuo ri(dis)farsi dell’immagine, e dagli alberi come posati sulla neve senza radici, mi resi conto quanto mancasse al discorso l’esser abitato (ritenuto a torto troppopocoumano?). Lo spazio che abitiamo (naturalartificiale) come spazio «haunted», abitato da altri e da altro. Noi stessi spazio abit(u)ato, affollatissimo quanto più deserto, habitus/abito, «avuto» quanto più crede «essere» e vuole abitare.(«Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe. Sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porla nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie
egh

Il Manifesto 9 ottobre 2005 p.15 ultimatum

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