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Gran Caffè Giubbe Rosse

8 Ottobre 2006 Commenti chiusi

Alla fine dell’Ottocento, l’amministrazione comunale di Firenze, decise di radere al suolo l’antico quartiere del Mercato Vecchio, per far posto ad una nuova piazza, dedicata a Vittorio Emanuele II.
“Non fu giammai così nobil giardino / come a quel tempo egli è Mercato Vecchio / che l’occhio e il gusto pasce al fiorentino”, cantava nel trecento il poeta Antonio Pucci, “Mercato Vecchio nel mondo é alimento. / A ogni altra piazza il pregio serra”.
Certo é che, dopo i fasti del medioevo, il luogo era inesorabilmente decaduto: Nel 1881 il giornalista Jarro pubblicò un libro-denuncia, “Firenze sotterranea” in cui si descriveva il centro della città come un ricettacolo di delinquenza e prostituzione. Molti episodi che vi erano riferiti risultavano indubbiamente esagerati o distorti ad arte, ma lo scalpore suscitato dal libro convinse i benpensanti della necessità di far “piazza pulita”di tutte quelle lordure.
“Telemaco, piangi sulle porcherie che vanno giù? “, domandò scherzando un ingegnere comunale a Telemaco Signorini, che continuava imperterrito a dipingere gli antichi vicoli in corso di demolizione. “No piango sulle porcherie che vengono su”, rispose il pittore.
Artisti, poeti, uomini di cultura, non hanno mai perdonato al governo municipale di aver cancellato memorie storiche ed artistiche di importanza incomparabile, torri, chiese, palazzi, vicoli e piazzette che un accurato restauro avrebbe potuto facilmente valorizzare e che oggi sono note soltanto grazie ai dipinti dei macchiaioli e alle vecchie foto di Brogi e Alinari.
Ma quella che piacque meno fu proprio la pretenziosa Piazza Vittorio Emanuele II, con il suo grosso arco di trionfo, inaugurato nel 1895.
I poeti fiorentini cantarono la nuova piazza in modo ben diverso da quanto aveva fatto il Pucci. “Piazza brutta, piazza ruffiana / piazza ignobile di provincia”, scriveva il Papini, “piazza ov’é tutto intonato / alla stessa goffaggine, ove tutto / é sì armonicamente astruso e brutto, / mal concepito e peggio fabbricato”, rincarava la dose l’umorista Vamba.
“La più antiestetica e borghese piazza che possa esservi al mondo: la Piazza Vittorio Emanuele II, quadrata e chiusa da tre lati con palazzi mediocri, sforacchiata nel quarto dai più volgari portici che mente umana di architetto abbia mai potuto concepire, con nel mezzo del quadrato un tronfio monumento equestre al Gran Re. E come se tutto ciò non bastasse un mostruoso gruppo di gesso o di alabastro composto da una donna e da angioli con lunghe trombe sormontava l’arco centrale dei portici; una lapide gigantesca avvertiva il cittadino malaccorto e forestiero, che quello era l’antico centro della città, da secolare squallore a vita nuova restituito”.
” Ce n’era abbastanza da far diventare futurista anche Sant’Antonio”.
Queste parole di Alberto Viviani possono farci capire perché le avanguardie fiorentine abbiano posto il loro quartier generale proprio in Piazza Vittorio, nelle ormai mitiche sale del caffè delle “Giubbe Rosse”. Il locale era stato il primo ad essere aperto sulla nuova piazza proprio in corrispondenza del luogo dove, in Mercato Vecchio, esisteva un’antica vineria.
Era stato fondato da due tedeschi, i fratelli Reininghaus, fabbricanti di birra, che ne avevano fatto il punto di riferimento della numerosa comunità tedesca fiorentina. Seconda la moda del tempo i proprietari vestivano i camerieri con Giubbe Rosse, all’uso viennese.
I fiorentini trovando qualche difficoltà nel pronunciare il nome straniero del caffè preferivano dire: “andiamo da quelli delle Giubbe Rosse”. Di qui il nome dato poi successivamente dai nuovi gestori, “Giubbe Rosse”.
Alberto Viviani nel 1933 ci ha lasciato il più vivace ricordo del caffè: “Due grandi vetrate, una chiusa ed una che serviva da ingresso, sormontate da un fregio in legno massiccio con un angiolo ghiotto di birra, sotto una grande scritta: “Reinighaus”; molte lampade ad arco, di quelle che oggi si riscontrano soltanto a Parigi e che spandono una strana luce riposante, sfolgoravano all’ingresso.
I camerieri attillati in uno smoking rosso fiamma e con un ampio grembiule bianco che li fasciava tutti come una sottana davano all’ambiente una nota di originale gaiezza difficilmente dimenticabile. Nella prima sala con le pareti cariche di specchi molati, placidi e massicci tedeschi immersi nella lettura del ” Die Woche” e del “Berliner Tageblat” con a portata di mano enormi stivali di vetro colmi di birra nera; e qualche vecchia “fraülein” con gli occhi estatici e sgomenti piantati al soffitto.
La seconda saletta che di giorno accoglieva sotto la sua blanda luce di lucernario poche coppie internazionali in cerca di quiete era adibita la sera al servizio di restaurant. “Le Giubbe Rosse” erano fornite dei quotidiani e delle riviste di tutto il mondo e si doveva a ciò credo, in buona parte, l’affluenza della clientela straniera. Più di un caffè, le prime due sale avevano l’aspetto di un circolo di lettura.
Certi bei tipi avevano fondato un “circolo scacchistico fiorentino” in fondo alla terza sala e pagavano un piccolo affitto mensile. Gente metodica e malinconica per eccellenza, quasi tutti cancellieri e magistrati della Corte d’Appello, farmacisti, ingegneri senza progetti e avvocati senza più cause.
Ma la pace sonnacchiosa del caffè venne sconvolta quando dal 1913 la terza sala diventò la sede fissa del gruppo di “Lacerba” e quindi dei futuristi fiorentini. A nulla valsero le proteste degli scacchisti. Si diffuse presto la strofetta:
“Giubbe Rosse è quella cosa
che ci vanno i futuristi,
se discuton non c’è cristi,
non puoi più giocare a dam..”
FUCINA DI SOGNI E DI PASSIONI
Così Alberto Viviani definisce le “Giubbe Rosse” e quella terza sala del caffè Fiorentino dove fiorì, lottò, dilagò la rivoluzione futurista.
Le “Giubbe Rosse” restano nella storia della cultura italiana, un laboratorio di pensiero, di progetti, di passioni.

“Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità… Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno… Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie, e combattere contro il moralismo… E’ dall’Italia che noi lanciamo per il mondo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il “Futurismo”, perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e di antiquari…”.
Così tuonava Marinetti dalle pagine del F**aro del 20 febbraio 1909 tentando invano di scuotere il mondo sonnacchioso e perbenista della cultura italiana.
Il violento appello lanciato da Parigi rimbalzò fino alla tradizionalissima Firenze sui tavolini delle Giubbe Rosse e venne accolto con gioia da Giovanni Papini: “Quando arrivò il Primo Manifesto – ricorda qualche anno dopo lo scrittore – lo feci vedere subito al Soffici al Caffè delle Giubbe Rosse: E si disse. “Finalmente c’è qualcuno anche in Italia che sente il disgusto e il peso di tutti gli anticumi che ci mettono sul capo e fra le gambe i nostri irrispettabili maestri! C’è qualcuno che tenta qualcosa di nuovo, che celebra la temerità e la violenza ed è per la libertà e la distruzione!… Peccato, però, che sentano il bisogno di scrivere con questa enfasi, con queste secentisterie appena mascherate dalla meccanica, e che si presentino coll’aria di clowns tragici che voglion far paura ai placidi spettatori di una matinée politeamica. Si può esser più crudi e più forti senza tanto fracasso”. “Per queste ragioni non volemmo dimostrare in nessuna maniera la nostra simpatia per il nuovo movimento”. Le riserve erano quasi tutte da parte del Soffici. Papini in realtà era già da allora tentato di aderire al futurismo. Per saperne di più cercò di procurarsi tutti i testi al riguardo che riusciva a trovare e volle personalmente conoscere Palazzeschi, l’unico futurista che in quel periodo risiedeva a Firenze. Ne divenne ben presto amico.
Ancor prima di fondare con Prezzolini e Cecchi la rivista “Leonardo”, prima di pubblicare libri controcorrente come il ” Crepuscolo dei Filosofi” o di bersagliare i miti culturali dell’epoca con le feroci “Stroncature”, Giovanni Papini era stato un futurista “ante litteram”, piccolo David armato di fionda contro il gigante Golia, contro il mondo ostile delle convenzioni e dei compromessi.
Le continue lotte contro i mulini a vento lo avevano portato dall’entusiasmo e dall’adolescenza a un disperato scetticismo, come lui stesso rivela nel suo celebre autoritratto letterario “Un uomo finito”.
Al tempo del manifesto futurista di Marinetti il gruppo fiorentino si era da poco nuovamente riunito intorno a “La Voce” di Prezzolini e dalle pagine della rivista Ardengo Soffici stroncò violentemente la prima mostra di pittura futurista a Milano, nella quale esponevano tra gli altri Boccioni, Carrà e Russolo. L’articolo fu la causa del primo incontro-scontro tra i due gruppi fino ad allora separati. Scrive Carlo Carrà nei suoi ricordi: “Marinetti, Boccioni, Russolo ed io decidemmo di rispondere subito in modo adeguato all’ingiuria e partimmo per Firenze.
Giunti, ci recammo guidati dal Palazzeschi al caffè delle Giubbe Rosse, dove sapevamo di trovare il gruppo vociano. Ben presto infatti ci fu indicato Soffici, e Boccioni lo apostrofò ” E’ lei Ardengo Soffici?”. Alla risposta affermativa volò uno schiaffo. Soffici reagì energicamente tirando colpi a destra e a sinistra col suo bastone. In breve il pandemonio fu infernale: tavolini che si rovesciarono, trascinando con sè i vassoi carichi di bicchieri e di chicchere, vicini che scappavano gridando, camerieri che accorrevano per ristabilire l’ordine; e arrivò anche un commissario di polizia, che si interpose facendo cessare la mischia”. Anche Prezzolini, che accompagnava Soffici, si prese una bella dose di ceffoni.
Il giorno dopo, nuova rissa alla stazione, fino a che, passando sul piano della discussione, ci si rese conto che gli ideali e le aspirazioni erano gli stessi e si passò dall’odio all’amicizia.
Futurismo e vocianesimo erano infatti due forme giovanili ed impetuose, provenienti da uno stesso ceppo: entrambe volevano fare del nuovo, abbattere il vecchio pesante edificio di cultura borghese, stretta in schemi ormai superati che soffocavano il libero divenire dell’arte. Da quel momento si crearono le premesse per l’adesione del gruppo di Firenze al futurismo.
Il quartier generale del Futurismo a Firenze fu il caffè Giubbe Rosse. Negli anni eroici del movimento ne era proprietario uno svizzero tedesco, Andrea Joun, che i suoi vivaci clienti chiamavano ” i’ ssor’ Andrea”.
Alberto Viviani lo ricorda “compitissimo e signorile, sempre attillato in una impeccabile rendigote nera d’inverno e grigia d’estate; si aggirava di continuo tra la clientela da lui prediletta distribuendo inchini saluti, vigile nel porgere i giornali abituali, sollecito in tutto ciò che riguardasse il buon andamento del servizio”. I camerieri del caffè avevano nomi che parevano usciti da libri sull’impero romano, Cesare, Augusto, Ottaviano, e spesso intervenivano nelle accese discussioni dei tavolini della terza sala.
Il povero “Sor Andrea” faticava non poco a riportare la calma, in seguito alle immancabili proteste del pacifico gruppo degli scacchisti. Del resto anche la clientela internazionale che sostava nelle prime due sale era spesso eterogenea e difficile e non mancava di crear problemi
Viviani ricorda che tra gli ospiti fissi “rivoluzionari russi scampati dalla Siberia e alla forca (anche Lenin vi fece in quel tempo una rapida apparizione di due o tre giorni); teosofi e teosofe inglesi e americane ; l’indiano Kundan Lall profeta, antesignano del Krishnamurti, pieno di mogli, di favorite e favoriti; due vecchi inglesi amici intimi di Oscar Wilde con il loro circolo di ammiratori; due giovani anarchici spagnoli con tanto di “sombrero” e di pantaloni a campana, pittori a tempo avanzato, un principe annamita discendente da una qualche terribile divinità del suo paese; una giovane donna georgiana, la Nino, meravigliosa ma sempre ubriaca di champagne”.
Nel 1913, in contrasto con Prezzolini, Papini e Soffici, abbandonarono “La Voce” e fondarono, sui tavolini delle Giubbe Rosse una nuova rivista, “Lacerba”. Sebbene l’editore Vallecchi avesse messo a disposizione un piccolo locale, che venne utilizzato solamente come deposito, la redazione vera e propria era il caffè di Piazza Vittorio.
Dalle Giubbe Rosse partirono i polemici articoli di Papini, gli studi sulla filosofia e sulla pittura del Soffici, il manifesto del “Controdolore” di Palazzeschi, lo studio di Italo Tavolato “Contro la morale sessuale” e il “Manifesto della Lussuria” della Valentine di Saint Point, nipote di Mallarmè, questi ultimi, a causa di un vero e proprio pandemonio per le accuse di immoralità, portarono autori e direttore fin sui banchi del Tribunale.
Il 30 novembre 1913 si aprì in via Cavour, patrocinata dalla libreria Gonnelli, l’esposizione di pittura futurista comprendente opere di Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, Soffici. Viviani ricorda il subbuglio di quei giorni alle Giubbe Rosse, dove ai lacerbiani si erano uniti Marinetti e i futuristi milanesi, tutti al lavoro per il catalogo, i manifesti, la scelta di riproduzioni per cartoline.
Contemporaneamente si prepara una grande serata “Serata Futurista” per la sera del 12 dicembre, al Teatro Verdi.
“Proprio nei giorni della preparazione – ricorda il Viviani – le Giubbe Rosse furono letteralmente assediate di curiosi che con il naso appiccicato ai vetri appannati (i più fortunati in prima fila) spiavano ogni nostra mossa quasi che stessimo confezionando delle bombe o fossimo dei pericolosi congiurati.
Certo però che nessuno di quei curiosi sfaccendati, croce e disperazione costante di tutti i camerieri delle Giubbe Rosse e più ancora del compitissimo Sor’Andrea, brillava affatto per coraggio e disinvoltura; quando uscivamo in gruppo dal Caffè ci allontanavamo alla svelta e cheti in tutte le direzioni come i ragazzi presi in flagrante a rubar l’uva”.
Del fatidico giorno ci parla il pittore e umorista Filiberto Scarpelli: “Sembrava che dalle Giubbe Rosse dovesse partire la rivoluzione intellettuale che avrebbe capovolto il mondo intero. Il caffè era affollato di amici, conoscenti, curiosi, i quali avevano discusso, fumato, bevuto e cenato, in attesa dell’ora dello spettacolo. V’erano anche delle signore.
Ricordo Amalia Guglielminetti, che in quel tempo era ancora fresca e piacente donna, con la Marchesa della Stufa, dinnanzi a un vermiglio piatto di napoletani al pomodoro, appetitosissimi. Poi il caffè rimase vuoto. Tutti dietro al manipolo di ribelli!”.
La “Serata Futurista” consistè in due ore di urla e fischi e tiro di uova, pesce, pastasciutta, frutta, ortaggi e lampadine, all’indirizzo di Marinetti, Papini, Boccioni, Carrà, Soffici, Cangiullo, Tavolato e Scarpelli. Anche Palazzeschi e Amalia Guglielminetti, in una barcaccia di proscenio, furono investiti da una raffica di cipolle marcie che rovinarono irrimediabilmente l’elegante vestito della poetessa. Marinetti venne ferito a un occhio da una patata. Scarpelli al naso da una lampadina: Cangiullo rispose agli attacchi rilanciando i proiettili vegetali sul pubblico, fino a che non intervennero le forze dell’ordine e lo spettacolo ebbe fine senza che nessuno fosse riuscito a far udire una parola dei discorsi che erano stati preparati.
Lasciamo ancora una volta la parola al Viviani, testimone diretto della conclusione della tempestosa, ma eroica serata: “alla fine della serata il teatro Verdi si vuotò come per incanto. Seguiti da amici e simpatizzanti ci incamminammo cantando verso le Giubbe Rosse meta logica e necessaria dopo una serata simile. Anche Amalia Guglielminetti venne con noi. Alle Giubbe Rosse trovammo altri amici, i più cauti e più benpensanti, ad attenderci. Stavano sulle spine perché data l’ora tarda e prevedendo la nostra venuta il Sor’Andrea aveva fatto affrettare i preparativi di chiusura.
Un ondata canora, stravolgente di giovinezza e di entusiasmo si abbattè nelle sale delle Giubbe Rosse quasi sgombre dei clienti abituali. Era logico che tutti noi fossimo eccitati.
In un batter d’occhio i tavolini e le sedie furono occupati e non bastarono, perché i più rimasero in piedi alle pareti.
Cesare, Augusto e Ottavio, i “camerieri imperiali”, vennero richiamati proprio all’ultimo momento quando già stanchi stavano per svignarsela, rivestiti con la loro marsina rosso-fiamma e incaricati di recar senza avarizia il migliore champagne della cantina. Il “Sor’Andrea” colto di sorpresa non potè reagire nè opporsi e si limitò a far serrare le saracinesche per evitare la contravvenzione di non osservanza all’orario di chiusura. Il giocondo vino di Francia dilagò frenetico con la spuma e i tappi lasciati liberi di volare in aria con eccitanti scoppi ammaccarono purtroppo in diversi punti i delicati stucchi bianco-oro del soffitto. Alle tre della mattina cantavamo ancora in coro le più matte canzoni intramezzandole ogni tanto con grandi evviva al futurismo e a “Lacerba”.
Il primo anno di “Lacerba” si chiudeva così tra la più frenetica allegria ma anche molto borghesemente in quella terza sala delle Giubbe Rosse che era stata un pò la nostra casa e la fucina di tutti i nostri sogni e delle nostre passioni”.

QUELLA FAMOSA “TERZA SALETTA”

La sala del Caffè Giubbe Rosse fu rifugio e casa di artisti e letterati negli anni che precedettero la Grande Guerra. Lì nacque “Solaria”, la rivista aperta alla cultura europea. L’ambiente e i personaggi di quegli anni in un articolo
di Elio Vittorini del 1932.

“Non la casa, non ho casa. Non la piazza… Non la campagna… Ma il mio Caffè, ma il mio cantuccio nella terza saletta: Questo è il mio caldo nido, è la mia casa, la mia fortezza. Qui nessun dio mi avvilisce, qui tutto è umano; la luce elettrica e il tepore del termosifone e la brezza del ventilatore e la bellezza dei tavolini rettangolari e tondi” scriveva Italo Tavolato.
E Viviani ricorda: “Com’era bella la terza saletta delle Giubbe Rosse, specialmente nei pomeriggi d’autunno o d’inverno! Nei divani lungo le pareti, al centro, sedevano Papini con a fianco Soffici e Palazzeschi; era quasi sempre tacito e sorridente e, d’inverno, raccolto nel suo magnifico pastrano marrone che non si toglieva mai nonostante l’aria surriscaldata dai termosifoni”.
Il Caffè delle “Giubbe Rosse” fu una vera e propria casa per i letterati e gli artisti che vivevano a Firenze negli anni che precedettero la Grande Guerra. Spesso le loro abitazioni erano anguste, fredde e tutt’altro che accoglienti, come nel caso di Papini, che scrisse nella celebre terza saletta gran parte del suo libro “Uomo finito”.
Sarebbe lungo e forse impossibile ricordare tutti coloro che vissero il periodo esaltante della loro giovinezza artistica tra i tavolini del Caffè di Piazza Vittorio: Per “gli anni incendiari 1913-1915″ ci soccorre il libro di Alberto Viviani che traccia vivaci ricordi di Giuseppe Vannicola, Nicola Moscardelli, Arrigo Levasti, Giannotto Bastianelli, Angelo Cecconi (Thomas Neal), Dino Campana (che cercava di vendere copie dei suoi “Canti Orfici” ai clienti del Caffè), Ottone Rosai, Ugo Tommei, Federico Tozzi, Raffaello Franchi, Luciano Folgore, Marino Moretti, Fernando Agnoletti, Mario Novaro (fratello di Angiolo Silvio) con il figlio Cellino, Arturo Reghini, Medardo Rosso, Andrè Gide, Gordon Craig, il giovane Primo Conti, il gruppo dei triestini, Tavolato, Daubler, Slataper.
“Gennaio del 1915: incominciarono i posti vuoti ai tavolini delle “Giubbe Rosse”, e le scacchiere del gioco a dama ebbero le loro meritate ferie. Richiami alle armi, partenze volontarie, arruolamenti di leva”. La prima guerra mondiale pose fine alla prima grande stagione del Caffè fiorentino. “Quando cominciarono ad arrivare al Caffè le prime cartoline dal fronte, gli amici rimasti erano pochi ed erano tornati alle “Giubbe Rosse” i clienti di un tempo: gente tranquilla, pensionati “benpensanti”; insomma “panciafichisti” come li definì Luigi Bertelli (Wamba) con un nomignolo che fece fortuna!.
Nel dopoguerra la conversione di Papini, l’abbandono del Soffici, la partenza definitiva di molti dei vecchi amici impedirono la ripresa dello spirito dei vecchi tempi.
Le Giubbe Rosse del dopo guerra si popolarono di nuova gente; qualcuno dei vecchi ci tornò, ma il clima era mutato.
Meno eroico e meno “folle”, più letterario forse: Palazzeschi, Carrà, Severini, Conti, De Robertis, Rosai; si mutarono anche gli arredi del Caffè e le stesse insegne esterne; apparvero le prime macchine da “espresso”, i tavolini nella Piazza aumentarono di numero. La “nuova gente” cui si fa riferimento in questo brano, così viene definita da Piero Jahier: “erano dei perdigiorno che passavano serate e nottate in ciarle inutili. Non dovevano lavorare per vivere. I più erano studenti ma, studenti o no, erano mantenuti dalle famiglie, o da qualche donna o, anche, da qualche uomo”.
Con l’inizio degli anni ’20 una nuova generazione di artisti e letterati si sostituì alla precedente. Nel 1926 sui tavolini delle “Giubbe Rosse” tre giovani studenti, Alberto Carocci, Giansiro Ferrata e Leo Ferrero, fondarono una rivista destinata a un ruolo importante nella cultura italiana fra le due guerre, “Solaria”: “Non siamo idolatri di stilismi e di purismi esagerati e se tra noi qualcuno sacrifica il bel tentativo di dar fiato a un’arte singolarmente drammatica e umana gli perdoniamo in anticipo. Per noi, insomma, Dostoiewski è un grande scrittore.
Ma non perdoneremo nemmeno ai fraterni ospiti le licenze che non siano perfettamente giustificate e in questo ci sentiamo rondeschi. Senza preciso programma, ma con una coscienza di alcuni fondamentali problemi dell’arte che si suppone concorde, ci siamo avvistati nei caffè e concertati alla buona per vestire una commedia in un teatrino di campagna”. Quanta differenza con il “Manifesto” di Marinetti e gli ideali lacerbiani ? Ma non si trattò di un ritorno all’ordine secondo i dettami mussoliniani.
Il gruppo di “Solaria”, si pose al di fuori della cultura ufficiale rifiutando ogni impegno politico, scegliendo il silenzio, unica forma di protesta possibile. Dominata dall’ermetismo di Montale e non allineata pertanto all’ideologia dominante, la rivista volle aprirsi alla cultura europea. Al Caffè delle “Giubbe Rosse” tornò una vivace vita artistico culturale, anche se meno chiassosa.
Il clima del Caffè e i suoi personaggi ci sono descritti da Elio Vittorini in un articolo del 1932 che ci piace riportare per intero. “per che cosa questo piccolo borghese di Caffè sia diventato così indispensabile alla vita dei letterati e degli artisti fiorentini non so. Scomodo. tetro, lunghi androni che ricordano certe sale di aspetto in stazioncine di campagna, gelido e funereo d’inverno, popolato di gente che sventola i giornali locali e sputa sotto i tavolini… Dicono che una volta vi si stava bene; una volta, cioè ai tempi di Papini e di Soffici. Ma, in quanto luogo di riferimento, è meraviglioso che uno scrittore o pittore, sia italiano che straniero, e da qualunque punto del globo si muova, possa contare con certezza, e senza preavvisi di sorta, a trovare a quei tavolini la tale o talaltra sera di questo secolo, quindici o venti dei suoi “chers confrères”.
Gli ospiti,negli ultimi anni, non sono stati pochi: Italo Svevo, Umberto Saba, Valery Larbaud… e tanti altri hanno attaccato lì i loro soprabiti,ci hanno regalato un’ora della loro umanità che ci pareva così favolosa, e il sorriso di Italo Svevo è come una “survie”. E poi, Teodoro Daubler, Philippe Soupault, Martin Chauffier, Neumann…
Altri, ancora oscuri, sono venuti sapendo solo di trovarci: un diavolo di pittore olandese, ad esempio, e un giovane scrittore belga, quest’estate, Robert Vivier, che si propone di tradurre tutto Montale, più la consorte Zenitta, polacca o circassa, che ha girato il globo intero e non aveva ancora avuto ai suoi piedi tanti “Apollons ensemble”; dice lei. Non c’è poi soggiorno fiorentino di un amico che non sia rimasto legato alle “Giubbe Rosse”: si è avuto Enrico Pea colla sua barba intrisa di sorriso e G.B. Angioletti pallido d’una meditazione perenne; Commisso in tenuta di “apache”, Sergio Solmi, Corrado Pavolini, Mario Gramo, Piovene tutto proteso ad acquistarsi simpatia, e Quasimodo ironico come un uscio socchiuso, Giuseppe Raimondi, Giuseppe Lanza, Giuseppe Aventi, Leo Ferrero, sempre reduce da Parigi o Ginevra, Gianni Stuparich con qualcosa d’aureo al viso, forse gli occhiali, e Giansiro Ferrata assurdo e felice come uno scolaro; si è avuto anche Zavattini in grigio verde quando era solo un grosso fanciullo, Morra, Moravia, Carlo Linati, e ad ogni esordio di stagione,Falqui, una volta azzurro, una volta roseo, una volta arancione, come una bella rivista di Francia.
Tutta Italia insomma gira di qua, e a noi che stiamo qua fermi può farci l’impressione che giri intorno a noi.
Nè sdegnano di sedere ai nostri tavoli, di tanto in tanto, e secondo le occasioni, taluni dei più illustri solitari pur di stanza a Firenze, un Aldo Palazzeschi, un Libero Andreotti o un Felice Carena.
Capitano poi, anche quei pochi di alta cultura che non siano tarati di filisteismo: gli universitari Ottokar e Pasquali, quest’ultimo accompagnato dalla signora; o Aldo Sorani quando un po’ più di malinconia lo spinge dalle strade usate a finire i due passi vicino a noi; o Mario Praz se ha indiscrezioni da fare intorno a qualche conoscenza d’Inghilterra, o Bruno Fallaci se ha sbrigato più presto del solito l’impaginazione della “terza”, alla Nazione…, e la scrittrice Gianna Manzini. Quanto a noi propriamente, noi “Giubbe Rosse” in persona vorrei potermi sbrigare con un semplice elenco.
Ma figurateci lì come letterati da una parte, artisti da una altra, come due larghe fiammate che arroventano il brusio, di crepitio la volta di un forno. E’ tra le sette e le otto che il Caffè diventa un forno. Arriva Dani, alto preciso, e getta le fondamenta del gruppo pittori. A poco a poco gli si raccolgono intorno le formazioni sempre varie secondo le serate, lo scultore Griselli, lo scultore Graziosi, Sguangi, Moschi, e i pittori, Pozzi, Pucci,Polloni, Ferroni, Cesetti, Chiappelli, Colacicchi, Settala, e, più di rado, Bacci, Peyron, Vagnetti, Primo Conti, Achille Lega. A gettare le basi del gruppo letterato è di solito il più affezionato del locale, forse perché vi ha scritto le sue pagine più ritorte, Raffaello Franchi.
Alla spicciolata lo raggiungono Sebastiano Timpanaro, Alberto Carocci, Vieri Nannetti, Arturo Loria, Leonetto Leoni, (ahimè, l’elenco mi diventa un sommario di Solaria!), dopo qualche pò Bonaventura Tecchi, Eugenio Montale e Alessandro Bonsanti, perché prima sono passati da Pégaso, infine …Elio Vittorini.
Ma ben presto cominciarono i primi problemi che divennero col tempo vere e proprie persecuzioni: “Solariano-ricorda ancora Vittorini- era parola che negli ambienti letterari di allora significava antifascista, europeista, universalista, antitradizionalista. Giovanni Papini ci ingiuriava da un lato, e Farinacci da un altro. Ci chiamavano anche sporchi giudei per l’ospitalità a scrittori di religione ebraica e per il bene che si diceva di Kafka e di Joyce. E ci chiamavano sciacalli, ci chiamavano iene”.
Siamo solo all’inizio della tragedia che stava per investire l’Europa.

ESSERE NELLA CULTURA

Le Giubbe Rosse dal fascismo ai nostri giorni. Si conclude qui il nostro viaggio tra gli artisti e letterati che sui tavolini del Caffè tracciarono la storia della cultura italiana del nostro secolo.

Solaria, la gloriosa rivista nata ai tavolini delle Giubbe Rosse, chiuse nel 1936. L’anno dopo Bonsanti stesso fonderà, sempre alle Giubbe Rosse, la nuova rivista “Letteratura” che accentuerà gli interessi prevalentemente letterari, con la massima apertura verso i fenomeni stranieri.
Nel 1938 ebbe la redazione sui tavolini del caffè la rivista d’avanguardia di Alfonso Gatto e Vasco Pratolini, “Campo di Marte”, impegnata a ricercare un rapporto tra arte e realtà politica e sociale e che durò appena un anno. Anche alcuni collaboratori della rivista cattolica “Frontespizio”, diretta da Bargellini, presero a frequentare il Caffè.
Un nuovo gruppo di giovani faceva intanto il suo ingresso nelle mitiche sale e, fra questi, Mario Luzi: “Nel 1936 o 1937, quando presi a frequentarlo, avevo poco più di vent’anni e naturalmente la curiosità e il desiderio del confronto prevalevano sul gusto cerimoniale della seduta tanto più che gli altri scrittori entrando per la sua porta a vetri girevole cercavano la stessa cosa, incalzati dal presentimento e dalla volontà che qualcosa di nuovo dovesse nascere nell’ordine del linguaggio e della morale”. Erano Vittorini, Bilenchi, Landolfi, Delfini, Gatto, Pratolini, Bo, Bigongiari, Parronchi, Traverso, Macrì: la nuova ondata insomma che raggiungeva senza investirla quella (che ormai si distendeva nella relativa bonaccia della sua maturità) di scrittori e di artisti già riusciti in qualcosa di importante e tuttavia ben lontani dall’ufficialità fascista: Montale, Gadda, Loria, Bonsanti, Raffaello Franchi, Rosai, Capocchini, Colacicchi, Vieri Nannetti, Sebastiano Timpanaro.
Ma questa storia è già stata scritta, in margine alla storia delle riviste di cui il Caffè oltre a essere il crogiuolo fungeva anche da redazione: “Solaria”, “Letteratura”, “Campo di Marte…”.
La vita culturale delle Giubbe Rosse è destinata a venire nuovamente interrotta. Nel 1937 Bonsanti e Montale vennero invitati a diradare, se non interrompere, la loro presenza al Caffè che era stato costretto a cambiare in bianco il colore rosso della divisa dei suoi camerieri. Un anno dopo, per motivi politici, Montale venne allontanato dal Vieusseux.
Cominciarono gli arresti: Landolfi, De Robertis, Ramat.
Come scriveva Bigongiari, la polizia considerava i Caffè “angolini da ripulire”. Frequentare le “Giubbe Rosse” era diventato pericoloso.
“Il giorno della liberazione di Roma – ricorda Bargellini – nel giugno del ’44, i fascisti bloccarono le strade di accesso alla piazza già intitolata al baffuto sovrano. Presero a schiaffi tutti coloro che incontrarono, in piedi a discutere, al banco dei bar o dei tavolini dei Caffè, davanti a una malinconica tazza di surrogato. Si salvò dalla ceffonatura soltanto Siro Contri, allora direttore della Nazione con un gruppetto di interlocutori. Ma nessuna cronaca scritta riportò mai quell’episodio che sigillava per sempre un epoca”.
Dopo l’arrivo degli alleati i locali delle Giubbe Rosse vennero sequestrati dal quartier generale americano che li utilizzò come proprio circolo, con grande disappunto dell’allora proprietario Gino Pini.
Il Caffè riaprì nel 1947. I camerieri indossarono nuovamente le giacche rosse e alcuni dei vecchi frequentatori tornarono e sedersi ai tavolini nella piazza ribattezzata Piazza della Repubblica. Fu però più un ritrovo di superstiti che una ripresa del vecchio periodo anche se vi arrivarono nuovi letterati e un gruppo di giovani pittori: Annigoni, Bueno, Loffredo, Guarnieri, Bergomi. Si organizzarono conferenze, si cercò di animare il dibattito culturale. Ma ormai Firenze stava perdendo il suo ruolo di capitale della cultura italiana, decentrata rispetto ai nuovi movimenti letterari e artistici europei. Alle “Giubbe Rosse” passarono anche, fra gli altri, Dylon Thomas e Ezra Puond.

Con l’abbandono degli uomini di cultura anche il Caffè decadde lentamente rimanendo un mito lontano nella memoria storica della città. Il legame con il passato sembrava inesorabilmente reciso quando, nel 1991, le “Giubbe Rosse” vennero prese in gestione dai fratelli Fiorenzo, Mario e Martino Smalzi. Di pari passo col rilancio economico si decise il recupero dell’immagine del Caffè come luogo di scambio culturale e circolazione delle idee, chiamando all’appello le giovani generazioni di artisti e allacciando legami con ambienti consimili a livello internazionale.
Nel “programma per una riedizione delle Giubbe Rosse”, Fiorenzo Smalzi precisa: “Può apparire velleitario se non addirittura impossibile riaccostarsi a un ambiente come il caffè Giubbe Rosse (e al clima culturale che gli appartiene per meriti di età e di nobiltà artistica e letteraria) col proposito di ricostruire la funzione del locale nel tessuto di Firenze e di riportare all’attualità ciò che significò il punto di riunione di chi ebbe celebrità in pittura e poesia”.
L’impegno della nuova gestione è gravoso ma i risultati hanno ripagato l’entusiasmo e la tenacia, risultati raggiunti grazie ai collaboratori: Paolo Emilio Poesio, Massimo Mori, Paolo Marini, Tommaso Paloscia, Arnaldo Pini, Leopoldo Paciscopi, Cosimo Ceccuti, Aglaia Paoletti, Il Gruppo di Quinto Alto con il suo coordinatore Vittorio Biagini e tanti altri. Massimo Tanzini, sapiente e impeccabile direttore del bar e carissimo amico, Angelo Mazzi, preparato e paziente chef, capace di conciliare le raffinatezze della cucina internazionale coi sapori popolareschi della cucina toscana.
Tutti insieme curiosi di scoprire se in questa nostra concitata epoca è ancora possibile, quando ci si incontra al caffè, quando ci si da appuntamento per un aperitivo o per una cena, avere come un tempo anche la sensazione di “essere” nella cultura, di “partecipare” allo svolgimento più o meno evidente di una civiltà che è poi la nostra, quella che più ci sta a cuore”.
Già nel primo anno di ripresa delle attività culturali, sono state fatte presentazioni di libri, incontri con performances di poeti. Col proposito di ricollegare la vita presente del Caffè al suo grande passato si è organizzato il ciclo di “Incontri Letterari alle Giubbe Rosse”.
Legata alla riscoperta e valorizzazione del patrimonio artistico letterario del passato, propugnata dai gestori del Caffè è stato presentato un “Quaderno della Nuova Antologia” con il titolo “Galleria”, ristampa anastatica di cinque fascicoli allegati al “Corriere Italiano”, dal gennaio al maggio 1924, sotto la direziome di Ardengo Soffici, divenuti da tempo una rarità bibliografica.
Nel settembre 1991 il Caffè organizzò una serata sul tema “La guerra non è l’igiene del mondo”, capovolgendo la nota frase dei futuristi e alla quale intervennero trenta poeti di tutta Italia.
Nella primavera del ’92 in collaborazione con la Cooperativa Italiana Librai si è tenuto un ciclo di conferenze; inoltre con la stessa, in questo periodo in cui scrivo, stanno nascendo in Italia la catena di librerie col nome “Giubbe Rosse”. Le prime sono a Firenze, Milano, Rimini e Verona. Particolarmente interessanti le mostre “Per una nuova iconografia”, degli artisti della Pop Art italiana, Franco Angeli, Tano Festa, Mario Schifano, Silvio Loffredo e l’altra “Immagini della scrittura”, raccolta di piccole opere di Poeti visivi degli ultimi trent’anni presentata da Giò Ferri.
Grande successo ha ottenuto la già menzionata iniziativa “Foyer” incontri con i protagonisti della scena teatrale in collaborazione col Teatro Niccolini.
L’anno 1992-93 ha portato alle Giubbe Rosse una nuova manifestazione culturale: “Gli incontri con i filosofi” con il già ricordato “Gruppo di Quinto Alto”. Nello stesso anno importante è stata la collaborazione con “L’Institut Francais de Florence” il quale ha portato al Caffè poeti belgi e francesi tra i quali Bernard Noel, e la bellissima mostra fotografica di Andrè Villers.
Altra iniziativa di pregio è stata la presentazione del Museo Venturi di Loro Ciuffenna. Quella sera si incontrarono tutti i personaggi del periodo “Ermetico”, Carlo Bo, Mario Luzi, Alessandro Parronchi, Piero Bigongiari, Oreste Macrì e lo stesso Venturino Venturi.

Ricordiamo inoltre poi l’attività editoriale, con il varo della collana “Giubbe Rosse”, inaugurata dal volume di Leopoldo Paciscopi, “Gli anni discontinui. Seduto al caffè con Rosai e Conti”.
Chi visiti oggi il Caffè dopo averlo frequentato negli anni ’70-80, troverà un ambiente totalmente trasformato.
Vecchie immagini, fotografie, numeri delle celebri riviste del passato, memorie raccolte faticosamente per recuperarne la storia, si uniscono ad opere d’arte contemporanea.
Giornali, periodici, libri sono posti in consultazione negli ambienti interni del locale dove è nuovamente possibile assistere ad animate discussioni di letteratura, di arte, di teatro.
La storia va avanti. cambiano i volti, le idee ma resta quella accogliente, magica “terza saletta” per accogliere i sogni e le speranze di quanti ancora si battono per una cultura libera e viva.
L’entusiasmo di Fiorenzo Smalzi, “patron” delle “Giubbe Rosse” di ridare al locale l’impronta dell’Antico Caffè Letterario, tra le mura che ancora echeggiano Marinetti, Papini, Prezzolini e troppo sarebbe elencarli tutti, ha favorito la nascita di un “contenitore” culturale, dal titolo “LETTERE E SIMBOLI”, serie di incontri mensili ideati e curati da Giudo D’Andrea, che ama definirsi “sconosciuto ai più”, ma convinto assertore che la Cultura, elemento purtroppo lontano da indici di gradimento “calcistici”, debba essere offerta anche in forme accattivanti, sorretto dal motto “futurista”: “marciare, non marcire”, che peraltro campeggia all’ingresso delle “Giubbe Rosse”.
E così a “Lettere e Simboli” sono passati, e ritornati, ALFREDO CATTABIANI, vero Signore delle Lettere, CECILIA GATTO TROCCHI, RENATO DEL PONTE, uno dei più importanti studiosi ed interpreti di Evola, ALESSANDRO MELUZZI con avvincenti tematiche tra psiche ed anima, GABRIELE CANE’ per acute analisi politiche, CARLO CRESTI suadente “incantatore” di Architettura, RINO CAMMILLERI, ALFREDO SCANZANI colto ed intelligente giornalista cultore di Elfi e del mondo fiabesco, Padre ROSARIO ESPOSITO.
Uno spazio è sempre riservato a case editrici nuove e da nomi non ridondanti con produzioni di elevato spessore culturale e, da quest’anno, ospiterà la stampa di minore tiratura ma significante.
Primo ospite FEDERICO GUIGLIA, condirettore del “IL BORGHESE”.
A “LETTERE E SIMBOLI” il pubblico è a suo agio nell’intervenire con genuina “fiorentinità”, ed al terzo anno di attività si propone di offrire anche un tipo di cultura definibile “sottile”, volta ad invitare l’uomo di oggi ad un cammino che lo avvicini alla percezione dell’ “elemento sottile”, percorso non agevole, meritevole comunque di essere intrapreso e senz’altro affascinante.

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Giubbe rosse

24 Giugno 2005 1 commento

http://mariopischedda.ilcannocchiale.it/

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20 Dicembre 2003 Commenti chiusi


Firenze 17 dicembre 2003

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Giubbe Rosse

13 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Firenze: Alle Giubbe Rosse
Mercoledì 17 dicembre 2003 dalle ore 16:30 alle ore 19:30 al Caffè storico letterario Giubbe Rosse di Firenze in piazza della Repubblica, Aldo Ricci dona a tutti gli intervenuti il suo ultimo romanzo saggio Il tonto. La serata viene allietata da una performance dell’artista Mario Pischedda. Per info: Caffè storico letterario Giubbe Rosse – piazza della Repubblica, 13/R – 50123 Firenze – tel. 055.290052 – info@giubberosse.it

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20 Novembre 2003 Commenti chiusi

Florence in the air

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